Adesso vorrei dire soltanto questo: mi ricordo che l’anno prima che morisse mia zia un giorno, ma era uno di quei giorni in cui uno avrebbe fatto meglio a seppellirsi, invece si è obbligati a esistere anche se non si vuole, io avevo deciso di andare in montagna con la mia fidanzata per provare a inventare una toppa da attaccare alla nostra vita che si sfaldava. Se fossimo stati delle persone intelligenti avremmo soltanto dovuto salutarci e dirci: «Ciao, io vado di là e tu invece vai dall’altra parte perché è meglio… tutto si sta consumando alla velocità della luce e fa schifo». Invece abbiamo deciso di andare in montagna, perché tutte le volte che uno cade nello strazio invece di scappare si agrappa al suo strazio come un deficiente, come se fosse l’unica cosa che esiste al mondo, e ci affoga dentro con una ostinazione veramente inspiegabile.
(Sulla felicità a oltranza - Cornia)
E io, che per due anni mi sono sentito uno che è arrivato alla fine di qualcosa, dove tutto stava finendo, e finiva continuamente senza smettere di finire neanche per un attimo, adesso, dopo aver tirato qualche sospiro di sollievo, nel giro di pochi giorni di colpo sono diventato uno che è all’inizio.
Tutt’a un tratto ci innamorammo, pazzamente, goffamente, spudoratamente, tormentosamente; e senza speranza, dovrei aggiungere, perché l’unico modo di placare quella mutua frenesia di possesso sarebbe stato assorbire, assimilare sino all’ultima particella lo spirito e la carne dell’altro.
Però ho sempre avuto un buon fiuto per le cose da pubblicare e quelle da non pubblicare, sempre comunque pensando che pubblicare è un’assurdità, se non addirittura un crimine intellettuale, o meglio un delitto capitale dell’intelletto. Noi pubblichiamo soltanto per soddisfare la nostra brama di gloria, per nessun altro motivo, se non per il motivo ancora più abietto di far soldi, che però viste le condizioni in cui sono nato per me è da escludere, grazie al cielo! Se avessi pubblicato il mio saggio su Schönberg non oserei più uscire in strada, anche se avessi pubblicato lo scritto su Nietzsche, sebbene questo non sia un fallimento totale. Ogni pubblicazione è una coglionata e un tratto negativo del carattere. Pubblicare l’intelletto è il più vergognoso dei crimini e io non ho esitato a compiere più volte questo crimine più vergognoso di tutti. Non si era trattato neppure del rozzo bisogno di comunicare, perché non ho mai voluto comunicarmi a chicchessia, proprio non ci ero tagliato, fu solo brama di gloria nuda e cruda, nient’altro.
In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno. E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei. E quando sei svuotato per il sonno, non sei. E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato. Io non so che cosa sono. Io non so se sono o no. Jewel sa che è, perché non sa di non sapere se è o no. Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quello che non è. Al di là del muro senza lampada sento la pioggia formare il carro che è nostro, il carico che non è più di quelli che l’hanno abbattuto e segato né ancora di quelli che l’hanno comprato e che non è neanche nostro, anche se è la sul nostro carro, dato che soltanto vento e pioggia lo formano soltanto per Jewel e me, che non siamo addormentati. E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Bundren non sarà. E Jewel è, così Addie Bundren deve essere. E allora io devo essere, se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta. E allora se ancora non sono svuotato, io sono è. Quante volte sono rimasto disteso, con la pioggia sopra un tetto sconosciuto, a pensare a casa.